Editoriale febbraio: La vita del medico post-ippocratico

Di recente sulle pagine di Avvenire, poi ripreso nel corso di un incontro all’Ambrosianeum, il prof. Francesco D’Agostino, noto giurista cattolico, fa una lettura attuale della medicina molto puntuale e realistica prendendo atto di un “profondo mutamento che ne ha eroso la dimensione personalistica esaltandone al contempo la dimensione tecnologica”. In questo nuovo paradigma post-ippocratico “individualistico, funzionalistico, economicistico e soprattutto eticamente freddo” non troverebbe più posto quella “alleanza terapeutica” da tempo ormai invocata come la risposta etica desiderabile nella moderna relazione di cura. Certamente si tratta di termini ormai abusati e logori se sbandierati come slogan di facciata, al pari della consueta affermazione che “il paziente deve essere al centro”. Anche in ambito cattolico d’altronde corriamo lo stesso rischio quando si cita spesso in modo perentorio e granitico l’affermazione sacrosanta che “la vita è sempre sacra e inviolabile” se poi questo sì alla vita non è declinato in gesti concreti di difesa e cura della vita stessa.

“Dobbiamo compiacercene? Per nulla!”, afferma D’Agostino, ma aggiungerei nemmeno rassegnarsi (!) all’inesorabile declino di un etica medica ormai sostituita dal consolidarsi della bioetica. Il dovere ultimo di affrontare la realtà comporta certo uno sguardo impietoso e affatto nostalgico, ma dentro questa realtà frammentata e confusa forse c’è ancora spazio perché la classe medica rialzi il capo e si riappropri di un compito che insieme è professione, missione e per un cattolico addirittura “vocazione” a servizio dell’uomo. Mai soltanto un “mestiere”.

Chi vive in modo attivo la realtà clinica attuale, come il sottoscritto, internista da oltre 35 anni, si accorge indubbiamente che i caposaldi della relazione di cura sono profondamente mutati tanto che appare spesso improbabile una “fiduciosa alleanza” a causa di una crescente spersonalizzazione o quantomeno risulta contraddittoria per la frettolosità nelle relazioni medico-paziente e talora per una sorta di diffidenza reciproca dove ognuno si arrocca in difesa delle proprie esigenze e diritti. D’altronde la figura di un Curante, unico attore cui affidare negli anni tutta la personale vicenda di salute è ormai quasi definitivamente tramontata e sopravvive con diversa accezione solo in pochi lodevoli casi. Eccetto qualche encomiabile specialista che intrattiene una felice continuità di cura l’unico baluardo dovrebbe essere rappresentato dalla medicina generale, ma sappiamo di persona quanto il rapporto sia spesso ambiguo e strumentale per via di molti condizionamenti anche burocratici, oltre a una facile deriva verso il disimpegno da entrambe le parti.

Tutto negativo dunque? Nostalgia di una cura personale ed empatica che non potrà più tornare? A me pare che anche questo cambiamento debba essere considerato all’interno di una ridefinizione generale dei ruoli e di un’assunzione di responsabilità a partire dal medico stesso. Una buona relazione tra medico e malato non è affatto impossibile se ognuno nella propria piccola realtà cerca, tra limiti e compromessi, di giocarsi un ruolo a tutto campo tra persona e persona, ascoltando l’altro senza irrigidimenti, posizioni arroganti, risposte tecnicistiche.

Una schiera di medici che a testa bassa si spendono nelle corsie d’ospedale o nell’intimità di relazioni autentiche e profondamente umane negli ambulatori specialistici e territoriali testimonia quanto sia ancora viva ed efficace la relazione di cura. Certo il “dovere ultimo di affrontare la realtà” citando D’Agostino impone di aprire gli occhi alla categoria del medico del terzo millennio, laico e cattolico, che fatica a riconoscere prima di tutto se stesso all’interno di un “orizzonte, sempre più fluido e mutevole, che caratterizza l’autocomprensione dell’uomo di oggi e che influisce non di poco sulle sue scelte esistenziali ed etiche. L’uomo di oggi non sa più chi è e, quindi, fatica a riconoscere come agire bene” (papa Francesco alla Congregazione per la dottrina della fede 26/1/2018).

Lo scenario sociale in costante rapida trasformazione negli ultimi decenni in campo etico e tecnologico ha infatti avuto una ricaduta decisiva nella vicenda professionale e nella vita privata del medico che ne ha profondamente mutato ruolo, immagine pubblica e percezione soggettiva. Una scelta professionale indirizzata al bene pubblico, dalla forte carica umana e declinata in un impegno spesso totalizzante e di sacrificio nella vita privata, finanche negli affetti familiari, che garantiva status sociale, rispetto e onorabilità è stata rapidamente spazzata via dallo stravolgimento nella relazione medico paziente con crescente conflittualità, disorientamento, disinteresse fino alla disaffezione. Con il risultato di un grande rischio: inerzia clinica, abbandono terapeutico, demotivazione fino ad un crescente burn out.

Il tentativo in atto nella regione Lombardia di riaffermare il prendersi cura verso i pazienti più fragili e polipatologici a partire da una risposta in senso gestionale-organizzativa e attraverso il rispetto dei protocolli di cura appare lodevole, ma ingenua e riduttiva e soprattutto non in grado di provocare una ripresa di interesse e di passione verso l’uomo.

Occorre allora ripartire dalle basi elementari dell’agire medico: recuperare accoglienza specie verso le fasce più fragili, gli esclusi, i malati difficili, complicati e impegnativi; conciliare complessità diagnostica e terapeutica con una qualità di comunicazione accessibile a tutti e in grado di trasmettere comprensione e fiducia; riappropriarsi del senso di responsabilità sociale. Confrontarsi senza pregiudizi con le forme dell’autodeterminazione del paziente, sostenute dai media e da una medicina fai-da-te riaffermando tuttavia la visione globale dell’uomo attraverso un’autorevolezza non arrogante. Mettere in atto la resilienza.

Cosa può aggiungere a tutto ciò il medico cattolico? Sicuramente lo stile evangelico della compassione, mite e coerente nella ricerca della verità; la testimonianza concreta di una profonda umanità; dedizione e gratuità; il sorriso accogliente capace di trasmettere positività e speranza; un’attenzione speciale alle nuove sofferenze, specie quelle sul piano psichico; l’educazione a valori e stili di vita sobri e sani; l’ascolto profondo di una domanda di salute pressante e multidimensionale che spesso va oltre il confine della fisicità, aprendo lo spazio alla trascendenza per dare una parola di senso e significato ai momenti forti della grave sofferenza, della malattia inguaribile, della morte.

Il florilegio di riflessioni contrapposte e spesso critiche scaturite dalla recente approvazione della legge sulle DAT , dagli interventi di papa Francesco alla World Medical Association , dai lavori della Pontificia Accademia per la Vita e del Cortile dei Gentili del Card. Ravasi rappresentano a mio avviso un’eccezionale opportunità per ripensare il ruolo del medico e della relazione di cura ritrovando spazi di libertà, dignità, responsabilità, vicinanza, sviluppando quell’intelligenza critica “creativa e propositiva, umile e coraggiosa” che papa Francesco non si stanca di additarci.

Un compito che l’uomo contemporaneo non può più eludere pena un individualismo triste e sterile che veste di grigio la qualità delle nostre giornate di medici e prima ancora di uomini.

Alberto Cozzi

Presidente Ass. medici Cattolici di Milano                                                 4 febbraio 2018